Tabella Cronologica

PALEOLITICO fino al  10000 a.C. Cultura fondata su caccia e pesca. Utilizzo di utensili di pietra.
JOMON dal 10000 a.C. al 300 a.C. Produzione di ceramiche. Raggruppamento in villaggi e clan.
YAYOI dal 300 a.C. al 300 d.C. Ceramiche eseguite al tornio. Primi contatti con la Cina. Coltivazione del riso. Utilizzo dei metalli
KOFUN dal 300 al  552 d.C Periodo delle grandi tombe. Utilizzo del ferro.
YAMATO dal 552 al 710 d.C. Tutte le terre sono sotto il dominio imperiale. Introduzione del buddismo e della scrittura. Missioni diplomatiche in Cina.
NARA dal 710 al 794 d.C. Nara diventa capitale. Il buddismo diviene religione di corte accanto allo shintoismo.
HEIAN dal 794 al 1185 d.C. La capitale si trasferisce ad Heian. Gli imperatori perdono potere. Inizio delle guerre civili. Interruzione dei contatti con la Cina.
KAMAKURA dal 1185 al 1333 d.C. Inizio del governo degli Shogun. Istituzione del Bakufu di Kamakura. Proseguono le guerre civili. Invasioni mongole.
CORTI DEL NORD E DEL SUD dal 1333 al 1392 d.C. Vi sono due imperatori, con una seconda corte a Yoshino. Lo shogun trasferisce il Bakufu a Kyoto.
MUROMACHI dal 1392 al 1568 d.C. Riunificazione delle due corti. Diffusione della cultura Zen. La corte imperiale è quasi in miseria. Il Giappone si spezza in una moltitudine di feudi sempre in guerra.
MOMOYAMA dal 1568 al 1600 d.C. Oda Nobunaga marcia su Kyoto e conquista buona parte del Giappone. Gli succede Toyotomi Hideyoshi che unifica il paese.
EDO dal 1600 al 1868 d.C. Tokugawa Ieyasu vince a Sekigahara. Il titolo di Shogun diviene ereditario. Chiusura totale del Giappone al mondo esterno.
MEIJI dal 1868 al 1926 d.C. La flotta americana forza i confini giapponesi. Fine dello shogunato e restaurazione dei pieni poteri dell’ imperatore. Tokyo diventa capitale. Inizio dell’ industrializzazione.
SHOWA dal 1926 ad oggi Hirohito imperatore. Il Giappone  partecipa alla 2° guerra mondiale. Resa del Giappone dopo Hiroshima. L’ imperatore rinuncia alla propria ascendenza divina. Inizia il miracolo economico.Con l’ ascesa al trono di Akihito inizia l’ era HEISEI.

 

Miti e preistoria

Quando parliamo di storia giapponese, soprattutto di storia antica giapponese, dobbiamo sempre distinguere tra la storia ufficiale e quella reale. La civiltà giapponese ha assimilato molto dalla civiltà cinese, rielaborandola e riproponendola poi secondo il proprio gusto ed ottenendo un risultato ancor più raffinato dell’originale, come d’altronde ha spesso fatto nel corso della propria storia, non ultimo quello che sta facendo ora nel copiare e poi riproporre la tecnologia occidentale. Ha però sempre nutrito una certa invidia nei confronti della civiltà cinese, soprattutto per quanto riguarda l’antichità di questa civiltà, ed ha quindi cercato di alterare le date di inizio della propria storia per attribuirsi un’antichità paragonabile a quella cinese. I dati archeologici spesso smentiscono la storia ufficiale.

Il Giappone ha adottato la scrittura piuttosto tardi, gli ideogrammi sono stati importati dalla Cina intorno al V° secolo d.C., quindi tutto quello che è anteriore fa riferimento esclusivamente alla tradizione orale. Uno dei primissimi testi scritti, il Kojiki, tratta appunto della storia del Giappone antico, i cui inizi leggendari si confondono con il credo della religione shintoista.

La mitologia shintoista ci dice che un tempo il dio Izanami toccando con la lancia sacra l’oceano fece emergere l’isola di Kyushu, la regione più meridionale del Giappone, poi sua sorella Izanagi fece analogamente emergere le altre isole dell’arcipelago (e probabilmente anche il resto del mondo, già che c’era: in qualsiasi religione il proprio paese è il centro del mondo); i due generarono quindi Amaterasu, dea del sole, e Susano-o, dio delle tenebre e del mare. Susano-o era però un dio dispettoso e spesso con le sue acque devastava le colture che Amaterasu aveva fatto fiorire.

Il Kojiki ci racconta che un giorno il dio Susano-o per dispetto gettò nella sala dove si trovavano gli altri dei un cavallo scorticato a rovescio; a dire il vero non ho mai compreso bene il significato di questo gesto, ma probabilmente per la mentalità giapponese rappresenta un grave oltraggio, ed infatti gli altri dei furono molto offesi, soprattutto Amaterasu che si ritirò in una grotta e non ne voleva più uscire, lasciando il mondo buio e triste. Dopo qualche tempo gli altri dei decisero di intervenire ed escogitarono uno stratagemma: si radunarono tutti davanti all’ingresso della grotta e qui un’altra dea improvvisò una danza così oscena e sfrenata che tutti i presenti scoppiarono a ridere. Amaterasu incuriosita si affacciò per vedere come mai gli dei non erano più tristi ed immediatamente le fu mostrato uno specchio per riflettere il suo fulgore ed una collana di gioielli per attirarla. Si lasciò quindi convincere a riprendere il suo posto nel cielo, a patto che ne venisse cacciato Susano-o; questi si rifugiò dunque ad Izumo, nel Giappone centrale. Col passare del tempo Susano-o divenne meno irrequieto ed anzi aiutò le popolazioni locali a sconfiggere un drago che li terrorizzava. Nel corpo del drago trovò una spada divina, la famosa tsumugari, che donò ad Amaterasu. In seguito la dea decise di intervenire per non lasciare il mondo (il Giappone) nelle mani di Susano-o. Mandò quindi sulla terra il proprio nipote Ninigi consegnandogli come segno della propria autorità la spada divina, lo specchio ed i gioielli ricurvi. Ninigi si stabilì nel Kyushu e da qui suo nipote Jimmu mosse verso nord e riuscì infine a sconfiggere e scacciare Okuninushi, il nipote di Susano-o, divenendo imperatore di tutto il Giappone col nome di Jimmu Tenno (Tenno significa signore del sole). È evidente come questo mito non faccia altro che porre in termini leggendari quello che fu il difficile affermarsi del clan Yamato nei confronti di altri clan rivali insediatisi ad Izumo: alla fine gli Yamato riuscirono ad imporsi e diedero inizio alla stirpe imperiale, che probabilmente a quei tempi controllava solo un piccolo territorio.

La data di nascita ufficiale dell’impero giapponese è l’11 febbraio 660 A.C. Poiché gli imperatori del Giappone appartengono tutti alla stessa dinastia, dagli albori della storia ad oggi, la religione shintoista convalida la discendenza divina dell’imperatore ed ancora oggi i segni dell’autorità imperiale sono la spada divina, lo specchio della dea e la collana di gioielli ricurvi.

La storia reale invece ci dice che il Giappone raggiunse una certa unità soltanto quasi mille anni più tardi. Vediamo quali sono i dati storici certi. Recenti ritrovamenti archeologici mostrano che le isole giapponesi (a quei tempi ancora collegate alla terraferma) erano abitate già duecentomila anni fa. L’Homo erectus era quindi presente in Giappone già ai tempi delle grandi eruzioni vulcaniche, anche se di queste antichissime popolazioni non sappiamo praticamente nulla, poiché non sono ancora stati ritrovati scheletri di quel periodo ma solo piccoli manufatti. Nelle ere successive le terre giapponesi, che rappresentavano l’ultima spiaggia del continente asiatico, videro il sovrapporsi di tutte quelle popolazioni che migravano attraverso l’Asia fino al suo estremo limite. Le migrazioni si interruppero con la definitiva separazione dell’arcipelago dalla terraferma.

Ceramica jomon

Con l’avvento dell’Homo sapiens, circa quindicimila anni fa, e quindi con lo sviluppo della capacità di costruire imbarcazioni, il Giappone poté nuovamente essere raggiunto da flussi migratori esterni: venne colonizzato dapprima da nord, da una popolazione di provenienza sconosciuta, forse di origine altaica od ariana, quindi con tratti somatici bianchi, che occupò Hokkaido e buona parte dell’Honshu, gli Ainu. Residui di questa popolazione sono ancor oggi presenti nel nord del Giappone. Intorno a 10.000 anni fa abbiamo già una fiorente civiltà, in grado di produrre le splendide ceramiche Jomon, che sono le più antiche esistenti al mondo. Questi popoli erano costituiti prevalentemente da pescatori e si cibavano dei frutti del mare: infatti intorno ai villaggi di quel periodo sono stati ritrovati immensi depositi di conchiglie ammucchiate.

Successivamente, abbiamo una colonizzazione da sud da parte di popolazioni provenienti dall’Indocina o forse dall’Indonesia o addirittura dalla Polinesia. Queste popolazioni, i progenitori degli attuali giapponesi, avevano tratti somatici chiaramente orientali, mongoloidi, ma parlavano, e parlano tuttora, una lingua che non è imparentata con nessun’altra al mondo, quindi è difficile individuarne la provenienza. I nuovi venuti erano suddivisi in clan, chiamati uji, ognuno con un proprio capo, ma alla fine, già in epoca storica, il clan degli Yamato divenne il nucleo principale che assoggettò tutti gli altri e diede origine alla stirpe imperiale.

Gli uji erano gruppi autonomi ed autosufficienti, composti da nuclei familiari con forti legami reciproci che, pur rispettando l’autorità centrale degli uji più potenti, mostravano un forte senso di indipendenza e solidarietà interna. Ognuno di questi clan era un organismo politico-sociale caratterizzato da vincoli familiari e religiosi e da solidarietà economica: ogni uji si riconosceva nella discendenza da un medesimo capostipite e venerava lo stesso protettore divino. Il capo di ogni clan esercitava un’autorità di tipo patriarcale sia sulle persone che sui territori, e non era infrequente che questo capo fosse una donna. Già nel periodo protostorico aveva conquistato una posizione dominante l’ uji che si era stabilito nello Yamato e che diceva di discendere dalla dea del sole, Amaterasu. Il capostipite della famiglia, che si proclamava discendente della dea in linea diretta, era l’ imperatore.La mentalità dell’uji è rimasta profondamente radicata nella cultura giapponese di tutti i tempi e sempre il giapponese ha ricercato il conforto di appartenere ad un gruppo, al quale poter dedicare tutte le sue energie e spesso anche la propria vita: risulta molto evidente nel mondo delle arti marziali, suddiviso in innumerevoli ryu, o scuole, ciascuna gelosa del proprio sapere ed in antagonismo con tutte le altre. Nelle arti marziali questo si è un po’ mitigato nel secolo scorso con la diffusione a livello mondiale di alcune discipline, ma sotto sotto la mentalità rimane e porta ancor’oggi al continuo frazionamento in gruppi, organizzazioni, pseudo-federazioni. Vediamo questa mentalità anche nel mondo del lavoro, dove ogni impresa costituisce una compagine compatta di lavoratori che sentono profondamente il senso di appartenenza all’azienda, alla quale dedicano energie e sacrifici che sarebbero impensabili nel mondo occidentale. La si è vista ovviamente in campo militare, in ogni tempo, ma anche le corporazioni economiche, le scuole di pensiero, le organizzazioni religiose, i gruppi sportivi, gli insegnanti con i loro discepoli riecheggiano tutti il concetto di clan, formato da individui con obiettivi comuni che si identificano in un capo e si contrappongono agli altri clan.

Queste popolazioni che hanno colonizzato il Giappone protostorico vengono indicate con il nome generico di Yayoi. In questo periodo iniziò lo sviluppo dell’agricoltura e la lavorazione del bronzo. Gli Yayoi si stabilirono dapprima nella parte più meridionale del Giappone, l’isola di Kyushu, e da qui passarono gradatamente nell’isola principale, Honshu, ricacciando sempre più verso nord le popolazioni Ainu. La cultura Yayoi si propagò fino alle pianure del Kansai e del Kanto, mentre il resto dell’Honshu e tutto l’Hokkaido rimasero fermi al paleolitico fino all’anno 1000.

Statuetta haniwa

Il periodo preistorico giapponese viene quindi suddiviso nelle fasi Jomon, caratterizzata, come abbiamo già visto, dalla produzione di un particolare tipo di ceramica fatto a mano, Yayoi, intorno al 300 A.C. in cui le ceramiche vengono eseguite al tornio, e Kofun, circa 300 D.C. caratterizzata dalla costruzione di grandi tombe a tumulo. Evidentemente in questo periodo si era raggiunta una aggregazione sufficiente a costituire grandi regni i cui sovrani disponevano della mano d’opera sufficiente ad innalzare tombe degne del loro potere. Le tombe Kofun sono l’unico esempio nella storia giapponese di costruzioni sepolcrali di grandi dimensioni. A decorazione dei Kofun venivano poste statuette di pregevole fattura, dette Haniwa, che riproducevano fedelmente case, navi, armature e figure umane: questi modellini rappresentano un prezioso contributo alla conoscenza delle abitudini e dell’aspetto dei giapponesi di quel periodo. In quegli anni si iniziò anche la lavorazione del ferro. Il passaggio dalla cultura Yayoi a quella Kofun, e quindi dall’epoca del bronzo a quella del ferro, sembra dovuto ad evoluzione naturale delle popolazioni autoctone o, quanto meno, se vi fu influsso dall’esterno, questo non fu causato da nuove migrazioni di popoli ma da viaggi e scambi culturali effettuati nel continente dagli stessi giapponesi.

I primi influssi diretti della civiltà cinese si ebbero poco più tardi, nel III° secolo quando popolazioni in fuga sotto la pressione degli imperatori Han giunsero in Giappone portandovi la coltivazione del riso e la lavorazione dei metalli. Infatti, contrariamente a quanto comunemente si pensa, il Giappone fu l’ultimo tra i paesi orientali ad adottare la coltivazione del riso, anche perché la morfologia del paese, prevalentemente montagnoso, richiedeva opere di terrazzamento ed irrigazione progettabili solo da una popolazione già evoluta.

Le prime notizie storiche certe ci vengono dagli annali cinesi che già nel IV° secolo, agli inizi del periodo kofun,  documentano ampiamente le caratteristiche del “paese dei nani”, che si trovava al di là della penisola coreana ed era frammentato in innumerevoli staterelli, il più importante dei quali era chiamato Yamatai, retto dalla mitica imperatrice Himiko. Non fatichiamo ad immaginare che Yamatai fosse il luogo dove stava ormai prevalendo il clan degli Yamato e che la regina Himiko potesse essere una delle costruttrici delle grandi tombe: infatti gli annali raccontano che fu sepolta insieme a più di cento schiavi sacrificati per l’occasione, in una  tomba che quindi non poteva essere piccola. Il cosiddetto “paese dei nani” probabilmente non fa riferimento alla statura fisica dei giapponesi: in cinese nano si dice wa, e wa è il termine che i giapponesi utilizzano per indicare “io”, quindi potrebbe voler dire semplicemente il paese dove la gente chiama se stessa wa.

L’inizio del predominio degli Yamato e quindi la nascita dell’impero giapponese deve quindi posizionarsi in qualche momento tra il periodo Yayoi e quello Kofun. D’altro canto l’imperatore ha sempre esercitato più un ascendente di natura religiosa e simbolica che non una vera sovranità politica. Infatti, come vedremo chiaramente nei periodi successivi, egli sarà sempre costretto ad appoggiarsi alle famiglie militarmente più potenti per poter realmente governare: anche se la supremazia dell’ imperatore non è mai stata messa in discussione durante la storia giapponese, spesso il potere effettivo stava nelle mani di altre persone. Diventa quindi molto difficile stabilire esattamente, in mancanza di una cronaca scritta, quando tutto ciò sia cominciato.

Periodo Yamato  (552-710)

Al termine del periodo Kofun il Giappone si presentava come un’unica nazione le cui terre erano tutte assoggettate al dominio dell’Imperatore. La famiglia imperiale, appartenente al clan Yamato, governava il paese con l’autorità derivantele dalla proclamata discendenza dalla dea del sole Amaterasu. Altre grandi famiglie, che si dichiaravano discendenti collateralmente dalla stessa dea (clan Omi) o da divinità minori (clan Muraji), partecipavano di fatto alla gestione del potere ed avevano il diritto di scegliere tra i propri componenti la sposa dell’imperatore. Poiché questo previlegio era appannaggio della famiglia più potente, spesso accadeva che la famiglia dell’imperatrice governasse più dell’imperatore stesso, la cui figura rappresentava più il simbolo dell’autorità centrale che non una effettiva fonte di potere. Nel periodo Yamato le famiglie Omi più potenti furono i Soga mentre tra i clan Muraji prevalsero i Mononobe ed i Nakatomi.

Gli eventi più importanti del periodo Yamato furono l’introduzione della scrittura e quella del buddismo. Entrambi questi apporti raggiunsero l’arcipelago per il tramite della Corea. La penisola coreana era divisa in tre regni, uno dei quali era alleato ai giapponesi: questo re mandava ogni anno un’ambasceria presso la corte nipponica, della quale a volte facevano parte letterati che conoscevano il cinese. Il sistema di scrittura cinese cominciò quindi a diffondersi nell’arcipelago e venne utilizzato senza particolari cambiamenti per trascrivere le parole che oralmente continuavano ad essere pronunciate con il termine giapponese. Ancora oggi gli ideogrammi giapponesi sono molto simili a quelli cinesi e possono essere letti sia con il termine giapponese originale sia con una lettura completamente diversa derivata dal cinese.

Nel 552 d.C. il re coreano, sentendosi minacciato dai regni vicini, chiese l’intervento dei giapponesi che sbarcarono in forze con l’evidente proposito di conquistare nuovi territori. L’impresa non andò a buon fine, ma nel corso della campagna militare i giapponesi vennero a contatto con il buddismo e di ritorno in patria cominciarono a diffonderlo nei loro territori. La famiglia dei Soga fu subito favorevole alla nuova religione mentre i clan Muraji temevano che il buddismo avrebbe diminuito l’importanza delle famiglie discendenti da divinità minori. Si giunse allo scontro armato che, dopo un cinquantennio di guerre civili, vide la vittoria dei Soga e la scomparsa dei Mononobe. Il buddismo poté quindi affermarsi ufficialmente in Giappone e fu ben presto adottato da tutta la popolazione; non soppiantò però lo Shinto, la religione originaria giapponese, ma si affiancò ad esso in modo che ognuno potesse essere contemporaneamente buddista e shintoista. La tipica adattabilità della mentalità giapponese consente di abbracciare diverse teorie filosofiche senza farle entrare in contrasto tra di loro: quando nel 16° secolo giunsero i primi missionari cattolici, un buon giapponese riusciva tranquillamente ad essere cristiano, seguire gli insegnamenti di Confucio, credere in Buddha e praticare i riti shinto, senza che questo gli provocasse alcun conflitto.

Tempio buddista presso Osaka  (VI secolo)

il tempio Shitenno-ji
La figura più rappresentativa di questo periodo fu Umayado, nipote dell’imperatrice Suiko e da lei nominato reggente, che passò alla storia con il nome di Shotoku Taishi,  “il principe santo e virtuoso”; egli avviò una serie di riforme che avrebbero cambiato il volto del paese ed influenzato la sua politica fino ai giorni nostri. La potenza e la filosofia del vicino impero cinese rappresentavano un polo d’attrazione irresistibile: Shotoku Taishi riuscì a prendere numerosi modelli dalla civiltà cinese e li trasformò adattandoli genialmente alla mentalità ed alle condizioni sociali giapponesi. Promulgò inoltre una Costituzione che affermava esservi in Giappone un solo sovrano di fronte al quale tutti gli uomini sono uguali: si intravede il principio di un’unità politica del popolo giapponese, si profila una nazione. Inoltre la Costituzione accoglie uno dei principi fondamentali dell’etica confuciana cinese, quello dell’armonia: le decisioni, applicate con l’autorità del sovrano, vengono prese in accordo con i ministri. In pratica l’Imperatore si limita a “regnare” mentre a “governare” pensano i ministri. Questa netta divisione dei ruoli ha consentito alla casa imperiale di perpetuarsi fino ad oggi. L’attuale costituzione del Giappone assegna all’imperatore lo stesso ruolo che gli assegnava, milletrecento anni prima, quella di Shotoku. A onor del vero bisogna dire che lo strapotere della famiglia dei Soga, cui apparteneva il primo ministro, zio dell’imperatrice Suiko, avrebbe comunque impedito a Shotoku di rivendicare un ruolo più attivo per l’imperatore.

Shotoku Taishi con i figli

A partire dal settimo secolo, su iniziativa dello stesso Shotoku, il Giappone cominciò ad inviare regolarmente ambascerie presso l’impero cinese, delegazioni che oltre ad avere un carattere commerciale rappresentavano delle vere e proprie missioni di studio. Grazie a questi studi il clan Yamato varò una serie di riforme su imitazione del sistema amministrativo cinese, volte soprattutto a rafforzare il potere dell’imperatore. Anche in questo caso l’adozione di nuove idee non avvenne senza lotte, che andarono ad intrecciarsi con il conflitto tra i Soga ed i loro nemici. Alla fine prevalsero i Nakatomi, ed i Soga scomparvero dalla scena politica. Per togliere potere ai capi degli altri clan si proclamò risolutamente che tutte le terre dello Stato appartenevano all’Imperatore: esse furono tolte ai grandi proprietari terrieri e distribuite ai contadini in base ad un sistema detto kubunden. Ogni uomo riceveva in affitto, per tutta la vita, circa due ettari di terra per la quale doveva versare come tassa una parte del raccolto; la terra restava però di proprietà dello stato e quindi non poteva essere venduta nè lasciata in eredità. I capi degli uji vennero nominati governatori e fu loro assegnata la responsabilità di province e distretti: in questo modo essi conservavano parte del precedente potere, ma questo non era più un potere indipendente dovuto al possesso di terre, ma diveniva una delega dell’autorità centrale dello stato. Gli esponenti degli uji si trasformavano così in kuge, aristocratici di corte.

Periodo Nara  (710-794)

Fino al termine del VII secolo il Giappone non aveva mai avuto una vera capitale. Secondo le antiche credenze shintoiste la morte veniva considerata un avvenimento impuro: infatti tutti coloro che avevano a che fare con esseri morti, non solo i becchini ma anche i macellai, erano considerati al più basso gradino della scala sociale, al pari degli “intoccabili” indiani. A ragion di ciò la morte di un imperatore rendeva impuro il luogo dove aveva abitato e quindi il successivo imperatore trasferiva la corte in un altro villaggio.

Solo nel 710 la raggiunta complessità dell’amministrazione centralizzata, formatasi a seguito delle riforme dell’ultimo periodo Yamato, rese improponibile continuare a trasferire il governo da un luogo all’altro ed indusse a mantenere una capitale stabile. Venne così progettata e costruita la prima vera città del Giappone: Nara.  Prendendo a modello Chang’an, la capitale cinese, anche Nara fu costruita su pianta rettangolare, di cinque chilometri per quattro, con un reticolo di lunghe strade parallele ai lati. Vi furono costruiti sobri padiglioni per la corte ed il governo e grandiosi edifici religiosi legati alla diffusione del buddhismo, che era ormai divenuto religione ufficiale di corte accanto allo shintoismo. Il tempio più grande fu quello del Todaiji che ospita l’immane statua del Buddha in bronzo e oro.

Il Todai-ji di Nara

La statua di Buddha del Todaiji, alta 16 metri

Nel periodo Nara il clero buddhista acquistò un enorme potere di cui approfittò non solo per accumulare ricchezze per i templi, ma spesso per intromettersi nella politica e negli affari di governo. Il culmine fu raggiunto dal monaco Dokyo che, riuscito a plagiare la debole imperatrice Koken, si fece nominare primo ministro, poi si installò a corte come un principe consorte ed infine tentò di impadronirsi del trono. Pochi anni più tardi l’imperatore Kammu per arginare l’invadenza dei monasteri buddhisti prese la drastica decisione di trasferire ancora una volta la corte e nominò come nuova capitale Heian, la futura Kyoto, proibendo ai monaci di trasferirsi nella nuova capitale. Kyoto rimarrà capitale del Giappone fino al diciannovesimo secolo. Inoltre il rischio corso fece sì che da allora gli imperatori furono sempre scelti tra i discendenti maschi.

 

Periodo Heian  (794-1185)

Il periodo ha inizio con la fondazione, su modello cinese, della nuova capitale, cui fu dato nome Heian (“tranquillità e pace”). Questa città, successivamente chiamata Kyoto, rimase capitale del Giappone per oltre un millennio.

Durante questo periodo il Giappone interrompe le relazioni diplomatiche con la Cina sia a causa delle guerre intestine che stavano sconvolgendo l’impero dei Tang e che culminarono con l’eliminazione di quella dinastia, sia soprattutto perché le ambascerie che per alcuni secoli i due imperi si erano regolarmente scambiate non rispondevano ormai più alle esigenze del Giappone. I giapponesi avevano già assorbito quanto necessario dalla cultura cinese ed ora erano intenti ad adeguare i nuovi concetti alla realtà del paese; anche per gli scambi commerciali non erano più richieste missioni ufficiali e l’iniziativa veniva lasciata ai mercanti cinesi che ormai regolarmente visitavano i porti dell’arcipelago.

Tra l’ VIII ed il IX secolo si ha l’impressione che i giapponesi abbiano voluto consolidare la propria identità di popolo, rifiutando da un lato ulteriori influssi della civiltà cinese e dall’altro facendo i conti con la propria minoranza etnica, quella degli Ainu. Fino a quel momento i due popoli erano convissuti pacificamente, occupando diverse parti dell’arcipelago: gli Ainu, insediatisi nelle isole molto prima dei giapponesi, si erano stabiliti soprattutto nelle regioni a nord del Kanto mentre gli Yamato occupavano le regioni meridionali. Nel periodo Heian i giapponesi cominciarono a ricacciarli sempre più verso nord, provocando lunghe e sanguinose guerre, con alterne fortune, fino a sospingere i pochi superstiti nell’ Hokkaido dove tuttora vivono. La vicenda assomiglia molto alla conquista e sterminio dei pellirosse nelle pianure americane, con successivo confinamento dei superstiti in riserve; gli Ainu erano tuttavia cacciatori e guerrieri provetti e riuscirono a tenere in scacco gli eserciti giapponesi per molti decenni, arretrando solo di fronte a generali particolarmente abili. È durante queste guerre che venne coniato il nuovo titolo di shogun, che letto per esteso suona sei-i-tai-shogun, cioè comandante in capo contro i barbari, e designava il generale a cui nel corso della campagna militare venivano conferiti pieni poteri. Si pensa inoltre che lo spirito e la determinazione guerriera dei giapponesi abbia iniziato a consolidarsi proprio in funzione delle guerre  contro gli Ainu.

Durante il periodo Heian assistiamo ad una progressiva perdita di potere da parte dell’imperatore e dell’amministrazione statale ed al crescere della potenza della famiglia dei Fujiwara che si era assicurata il diritto di fornire la sposa agli imperatori ed a riceverne le cariche più elevate. Approfittando della morte prematura di un imperatore con la conseguente ascesa al trono del figlio ancora bambino, il capo dei Fujiwara si autonominò reggente e riuscì a mantenere questa carica anche dopo che l’imperatore era divenuto adulto; la nomina a reggente divenne poi ereditaria e consentì ai Fujiwara di governare in nome dell’imperatore per più di due secoli.

Gli agi e le mollezze della vita di corte, la passione per gli intrighi e l’abitudine ad allontanare dalla capitale qualsiasi avversario politico relegandolo nelle province più lontane, portò gradatamente i Fujiwara a perdere il controllo delle province esterne le cui terre venivano di fatto gestite ed amministrate da sovrintendenti locali che, in assenza dei diretti responsabili, impegnati nella vita di corte, operavano a loro piacimento. In questo ambito cominciarono a costituirsi delle milizie autonome, formate da piccoli proprietari terrieri e dai loro servitori, impiegate per la protezione e la difesa del feudo senza dover ricorrere alle scarse truppe imperiali. Questi divennero progressivamente guerrieri professionisti, i futuri samurai.

Il termine samurai, che letteralmente vuol dire servitore, ma per il quale i giapponesi preferiscono utilizzare la dizione bushi, guerriero, fa riferimento a questa classe di combattenti i quali, nati inizialmente come bande di mercenari che offrivano i propri servigi al miglior offerente, acquisirono poi sempre più prestigio man mano ci si rese conto di quanto il loro potenziale bellico potesse influenzare la politica del paese. Divennero così la classe di rango sociale più elevato, immediatamente dopo i nobili di corte.

La filosofia ed il comportamento di questi guerrieri erano improntati ad una serie di regole morali note come bushido, la cui formulazione era radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi. L’etica del bushido giunta fino ai nostri giorni, e mirabilmente illustrata dal famoso volume “BUSHIDO” di Inazo Nitobe, si è in realtà consolidata a partire dal 1600 integrando ai concetti originari la morale confuciana, più adatta ad un periodo in cui, con la pax Tokugawa, erano terminate le grandi battaglie. Ad esempio, la tanto decantata lealtà dei bushi, agli inizi era soprattutto solidarietà verso i propri compagni d’arme, non tanto fedeltà al loro signore e non era infrequente che nel corso di una battaglia, non appena una delle due fazioni iniziava a perdere, improvvisamente buona parte delle sue truppe cambiasse bandiera e si schierasse con il nemico.

Il potere legato alla nuova classe dei bushi fu per la prima volta evidente nel corso della cosiddetta guerra Genpei, rimasta nella memoria giapponese come una delle pagine più eroiche della loro storia. In quel periodo gli imperatori, sempre più frustrati dall’impossibilità di governare, paralizzati dalle lotte tra le varie fazioni, estenuati dalla necessità di difendersi da intrighi e complotti, spesso preferivano abdicare per sottrarsi agli intrighi di corte ed iniziare a tesserne loro stessi, acquisendo così quel potere che prima non avevano: paradossalmente l’imperatore si dimetteva per poter governare.

 

 Minamoto Yoritomo

In queste lotte intestine tra la corte imperiale ed i Fujiwara si inserirono le due famiglie militarmente più potenti delle province, i Taira ed i Minamoto, che appoggiando ora l’uno ora l’altro dei contendenti riuscirono ad accrescere notevolmente il loro peso politico. In realtà queste due famiglie erano costituite da membri cadetti della famiglia imperiale che avevano ricevuto un nuovo nome ed erano stati confinati nelle province per non allargare eccessivamente il ventaglio degli eredi al trono. Alla fine Taira Kiyomori riuscì ad insediarsi come dittatore, eliminando Yoshitomo, capo dei Minamoto, ed imponendosi ai Fujiwara. Commise però l’errore di adottarne integralmente la politica, perdendo il contatto con le province e lasciando ampio spazio di manovra a Minamoto Yoritomo, figlio di Yoshitomo, il quale, rendendosi conto che il potere non si trovava ormai più nella capitale ma nella pianura del Kanto dove risiedevano i proprietari terrieri ed i loro bushi, si era stabilito a Kamakura creando il bakufu, o governo della tenda, e stringendo alleanze con le altre famiglie guerriere. Queste si sollevarono in armi contro il dittatore, insieme all’imperatore abdicatario ed ai principali monasteri buddisti. La guerra durò cinque anni e si concluse con la vittoria dei Minamoto nella battaglia navale di Dan-no-ura, il 25 aprile 1185. Nel corso di questa battaglia il giovane imperatore Antoku, di soli tre anni, alleato dei Taira, per non essere catturato si gettò in mare portando con sé uno dei tre simboli del potere imperiale, la spada di Ninigi, che andò irrimediabilmente perduta. Le varie fasi di questa guerra, conosciuta come guerra Genpei, sono rimaste nella memoria collettiva dei giapponesi come una delle pagine più eroiche della loro storia. È di questo periodo anche la saga di Yoshitsune, fratello minore di Yoritomo, e del suo gigantesco aiutante Benkei, protagonisti di infinite leggende epiche.

 

Yoshitsune cavalca contro i Taira Yoshitsune e Benkei in un dipinto di Yoshitoshi
Minamoto no Yoshitsune Yoshitsune e Benkei

 

Periodo Kamakura  (1185-1333)

Minamoto Yoritomo fu uno degli uomini politici più geniali del Giappone. Fissato il suo quartier generale a Kamakura, vi creò il Bakufu, una amministrazione militare nata per controllare i propri uomini e ben presto divenuta una amministrazione pubblica che governava parallelamente alla corte di Kyoto tenendo sotto controllo sia le forze armate che i contadini e quindi i raccolti del paese.  Gli amministratori del Bakufu potevano prelevare una imposta sui raccolti analogamente a quanto già facevano gli amministratori imperiali, anzi con maggior efficienza di questi, portando in breve tempo Yoritomo ad avere la signoria di tutto il paese. Questa situazione venne alla fine ratificata dallo stesso imperatore, da cui Yoritomo riuscì ad ottenere il sospirato titolo di Shogun. Il titolo che, come abbiamo visto, era stato in precedenza concesso soltanto durante le campagne militari alla frontiera, diverrà da questo momento appannaggio dei Minamoto e dei loro discendenti. Si veniva così a creare anche una nuova nobiltà: ai kuge, nobili di corte, si contrapponevano i buke, funzionari shogunali.

Il titolo di shogun, nei settecento anni in cui esistette, fu sempre conferito ufficialmente dall’imperatore, per cui non può essere considerato una usurpazione di potere: infatti questa carica, concessa dall’imperatore ai Minamoto, non la ebbero uomini potentissimi come Nobunaga o Hideyoshi, che pure dominarono il Giappone. D’altro canto gli shogun non tentarono mai di rovesciare l’imperatore, sia per l’attaccamento dei giapponesi al rispetto della tradizione, della forma, sia perché l’imperatore deteneva l’autorità, ma non un potere effettivo e quindi gli shogun non vedevano motivo di cambiare questa situazione che li legittimava senza intaccare il loro potere.

Si era creato così un dualismo di istituzioni: alla capitale, Kyoto, con la residenza imperiale ed i nobili di corte, si contrapponeva Kamakura (e più tardi Edo), la capitale dei bushi. Questo periodo viene abitualmente definito come feudalesimo giapponese in quanto la situazione di vassallaggio che legava allo shogun i responsabili delle province e gli amministratori locali richiama l’analoga situazione nel feudalesimo europeo, con la differenza che in Europa il feudatario era l’effettivo proprietario delle terre mentre in Giappone ne era solo l’amministratore e doveva condividerne la giurisdizione con i funzionari dell’altro governo, quello imperiale. Il fondamento del potere era comunque in entrambe i casi legato al dominio sulle terre, come pure analoga era la differenziazione tra la casta dei guerrieri e la popolazione civile; anche la rete di rapporti che legano a chi concede la terra il vassallo che deve offrire in cambio la sua fedeltà personale, è tipicamente feudale.

Per gli shogun di Kamakura si ripeté la stessa situazione che avevamo già descritto per gli imperatori di Heian: essi furono in breve tempo espropriati del potere dalle famiglie delle loro spose. Già il figlio di Yoritomo, succeduto al padre quando era ancora un ragazzino, dovette nominare come reggente il nonno materno Hojo Tokimasa, e la famiglia Hojo si trasmise questo titolo per quasi due secoli. Il dualismo veniva così ad essere raddoppiato: ad Heian dietro l’imperatore sul trono vi era l’imperatore abdicatario e la famiglia dell’imperatrice mentre a Kamakura dietro lo shogun vi era la famiglia del reggente.

 
Qubilai Khan

La potente famiglia degli Hojo ebbe comunque il merito storico di essere riuscita a respingere gli attacchi portati al Giappone dai mongoli di Qubilai Khan. Fu questa l’unica occasione nella storia del Giappone, prima della seconda guerra mondiale,  in cui gli abitanti dell’arcipelago furono costretti a difendersi da un tentativo di invasione. L’impero mongolo si era formato sotto la guida di Gengis Khan, l’indomito condottiero che nel corso di fulminee e fortunate campagne militari aveva conquistato tutta la Cina, il Turkestan, la Persia, la Turchia, la Russia, la Romania giungendo fino alle porte di Vienna. Il suo dominio si estendeva dall’Oceano Pacifico al Mar Nero attraverso tutta l’Asia. Il suo successore, Qubilai Khan, il cui impero ci viene descritto nel “Milione” di Marco Polo, cercò di rendere tributari dei mongoli i paesi del sud-est asiatico e delle isole e mandò a tal proposito emissari nelle principali nazioni. La corte, a Kyoto, fu sul punto di cedere, ma i reggenti Hojo a Kamakura respinsero fieramente gli emissari del Khan. Qubilai tentò quindi la conquista: nel 1274 con trentamila mongoli ed un migliaio di navi sbarcò nel Kyushu settentrionale. La disperata resistenza del governo di Kamakura stava per essere travolta quando un provvidenziale uragano distrusse parte della flotta mongola costringendo l’esercito a fare precipitosamente ritorno.

Qubilai inviò una nuova missione a Kyoto nel tentativo di risolvere diplomaticamente la disputa, ma le autorità di Kamakura fecero decapitare i suoi emissari. Poi costruirono una lunga muraglia fortificata lungo le coste del Kyushu preparandosi a sostenere l’inevitabile nuovo attacco. E questo non si fece attendere. Nel 1281 Qubilai Khan mise in mare il più imponente dispiegamento di forze che la storia avesse mai visto: più di quattromila navi con duecentomila soldati. L’urto degli invasori fu contenuto dalla nuova muraglia e dalla strenua difesa dei samurai che, al prezzo di migliaia e migliaia di vite, riuscirono ad inchiodare sulla spiaggia l’esercito mongolo per quasi due mesi, mentre la flotta veniva inceppata nei movimenti da una miriade di piccole e veloci imbarcazioni. Una compagnia dopo l’altra i bushi giapponesi andavano a morire sulla spiaggia, morivano ed aspettavano. Finché finalmente giunse la stagione degli uragani. Ed ancora una volta il Kamikaze, il vento divino, spazzò via la flotta mongola: decine di migliaia di questi, persi i contatti con le navi, furono massacrati ed altrettanti fatti prigionieri. Qubilai, rientrato fortunosamente in patria, avviò i preparativi per una terza invasione ma alla sua morte questi furono abbandonati e cessò così ogni pericolo per il Giappone: i mongoli, invincibili sulla terraferma, si erano dimostrati assai vulnerabili in mare. Il piccolo Giappone era riuscito a fermare il temutissimo gigante mongolo, impresa che a nessun’ altro popolo era riuscita, né in Asia né in Europa.

 

 Itinerari delle spedizioni Mongole

 

Corti del Nord e del Sud  (1333-1392)

Per ironia della sorte, le strepitose vittorie militari degli Hojo contro i mongoli segnarono l’inizio della loro fine. Al termine di una guerra puramente di difesa non vi era infatti un bottino con cui ricompensare i vassalli ed i loro eserciti che per trent’anni si erano impoveriti per tenere in piedi  l’apparato militare. Richieste ancor più pressanti giungevano dai monasteri che volevano essere ricompensati per la vittoria di cui si attribuivano il merito: non era grazie alle loro preghiere che gli dei erano intervenuti mandando il Kamikaze?  Gli Hojo si trovarono nell’impossibilità di soddisfare tutte queste richieste e persero così il favore popolare.

Di questo malcontento approfittò l’imperatore Go Daigo per cercare di riacquistare potere: egli come primo passo cercò di sbarazzarsi dei monaci della setta tendai che per conto di Kamakura controllavano la corte imperiale, ma le sue milizie furono sconfitte. Cercò allora di allearsi con gli altri monasteri buddisti ed a questo punto il governo di Kamakura mosse in armi contro l’imperatore e lo esiliò nell’isola di Oki. Di lì a poco Go Daigo riuscì a fuggire e lanciò un appello a tutte le forze leali all’imperatore: la maggior parte dei feudatari si schierarono dalla sua parte, non tanto per fedeltà quanto per combattere i detestati Hojo. Si formò una potentissima armata, comandata da Ashikaga Takauji, che rimise l’imperatore sul trono, mentre un’altro feudatario, Nitta Yoshisada dava alle fiamme Kamakura cacciandone gli Hojo.

 
Go-daigo prepara i suoi piani
 
Ashikaga Takeuji

Ashikaga, discendendo dalla famiglia dei Minamoto, poteva aspirare al titolo di shogun, ma l’imperatore non seppe mantenere il favore delle grandi case militari e tornò invece a favorire la vecchia aristocrazia, perdendo così l’appoggio del suo miglior generale. Ashikaga infatti, vistosi messo in disparte, approfittò abilmente di un tentativo degli Hojo di riconquistare Kamakura, li attaccò con proprie truppe e dopo averli sconfitti entrò nella capitale con l’esercito vittorioso e vi si insediò autoproclamandosi shogun. Divenuto ormai un ribelle, attaccò a più riprese le residue forze imperiali, comandate da Nitta Yoshisada e dopo alterne vicende riuscì infine a sconfiggerle. Entrato vittorioso a Kyoto costrinse l’imperatore ad abdicare in favore di un’altro ramo della famiglia imperiale ed a consegnare al suo successore le tre insegne del potere imperiale, lo specchio, i gioielli e la spada.

Ma a questo punto avvenne uno dei più sorprendenti colpi di scena della storia giapponese: dopo due mesi Go Daigo riuscì nuovamente a fuggire, si rifugiò sui monti Yoshino e da lì proclamò che la dinastia proseguiva con lui perché le insegne che aveva consegnato non erano quelle autentiche, ma soltanto delle imitazioni: egli solo deteneva i veri gioielli.

Per circa sessant’ anni si ebbe così una corte del nord a Kyoto ed una del sud a Yoshino fino a quando il terzo shogun Ashikaga, il geniale Yoshimitsu, non riuscì a convincere il sovrano del sud a consegnare le insegne al sovrano del nord. Nonostante sia stata quindi la corte di Yoshino a cedere a quella di Kyoto, la storiografia ufficiale giapponese considera imperatori legittimi solo quelli di Yoshino, poiché solo loro detenevano gli autentici simboli imperiali. Questo dà un’idea dell’importanza che i giapponesi attribuiscono a queste insegne ed alla tradizione che esse rappresentano.

Periodo Muromachi (1392-1568)

Con gli shogun della famiglia Ashikaga, che detennero il potere fino al 1573, la sede shogunale fu trasferita da Kamakura a Kyoto, per meglio tenere sotto controllo la corte imperiale. Questo fu un errore perché, come era già accaduto ai Taira ed ai Fujiwara, i lussi e le mollezze della vita di corte tolsero progressivamente le energie alla casta militare e, cosa ancor più grave, si indebolirono i contatti con le casate che controllavano le province, fonti delle risorse economiche e del reclutamento degli armati. Soltanto i primi shogun, e soprattutto il terzo shogun, Yoshimitsu, grazie alla propria abilità, riuscirono a mantenere legate a sé le famiglie che li avevano aiutati a conquistare il potere ed a conservare la pace nel paese per quasi un secolo. Yoshimitsu fu anche un illuminato mecenate che favorì ogni forma di arte; egli si fece costruire una lussuosa residenza nel quartiere Muromachi di Kyoto, da cui prende il nome il periodo che va dallo scisma di Yoshino alla caduta degli Ashikaga. I suoi successori non furono però altrettanto abili e dedicarono i loro sforzi unicamente alla ricerca del lusso e del piacere; il paese stava attraversando un periodo di carestie ed epidemie che stremavano la popolazione ed a queste si sommavano le esorbitanti tasse imposte dallo shogun. Le frequenti rivolte dei contadini sfoceranno infine in un torbido periodo di guerra civile che come vedremo durerà cento anni.

Profondi mutamenti economici si erano venuti a creare anche in seguito alla inarrestabile crisi del sistema degli shoen. Gli shoen erano quegli appezzamenti di terreno, originariamente di proprietà dei nobili, che erano stati dati in gestione ai contadini in cambio del pagamento di una forte tassa sul raccolto. Come abbiamo visto, agli amministratori imperiali si erano affiancati gli amministratori shogunali, gli jito, che, con ancor maggior efficienza, esigevano la loro quota di tassa. Col passare del tempo ed il crescere delle richieste degli jito, i contadini si erano visti costretti a cedere loro parte delle terre per pagare il debito. I jito erano così divenuti proprietari terrieri, ma venivano a loro volta espropriati dagli shugo, amministratori militari che potevano riscuotere metà delle rendite per finanziare gli eserciti. Il potere amministrativo degli shugo crebbe fino a trasformarli in grandi proprietari e signori feudali, i daimyo, mentre gli jito, privati delle terre, divennero semplici guerrieri al loro servizio: i samurai. Il termine samurai, anche se al giorno d’oggi viene utilizzato come sinonimo di bushi per indicare genericamente il guerriero, originariamente era stato coniato per questi bushi che avevano perso le loro terre ed erano divenuti servitori dei daimyo.

Battaglia tra samurai del periodo Sengoku

Lo sviluppo di queste nuove signorie locali indipendenti portò al progressivo indebolimento non solo della nobiltà di corte ma degli stessi Ashikaga che non avevano più forze su cui contare. La famiglia imperiale e quella shogunale divennero così povere che la salma di un imperatore rimase senza sepoltura per oltre un mese in attesa di trovare i fondi necessari per il funerale. La mancanza di un potere centrale portò ad uno stato generale di anarchia caratterizzato da continue guerre tra i diversi signorotti locali che durò per oltre un secolo: il periodo Sengoku, o del paese in guerra. Sono ambientati in questo periodo la maggior parte dei film giapponesi sulle gesta dei samurai.

Nella seconda metà del XVI secolo approdarono in Giappone i primi navigatori occidentali. Questo portò subito tre importanti cambiamenti: l’introduzione delle armi da fuoco, la riapertura del commercio con l’estero e l’ingresso dei missionari cattolici. Ciascuna di queste attività, in mancanza di un solido governo centrale, era affidata all’iniziativa dei singoli daimyo che favorivano gli scambi con l’occidente laddove questi potevano accrescere la ricchezza ed il potere del proprio feudo; anche la conversione al cattolicesimo fu incentivata da alcuni daimyo per ingraziarsi i commercianti occidentali ed i potentissimi gesuiti che li accompagnavano. Questo legame tra religione cattolica ed interessi dei singoli daimyo porterà però in seguito al bando del cristianesimo dal Giappone ed alla persecuzione dei convertiti.

Periodo Momoyama (1568-1600)

L’assetto politico del Giappone era andato via via mutando nel corso dei cento anni di guerra, portando alla scomparsa di tutti i feudi minori ed alla formazione di grandi potentati: alla metà del Cinquecento i maggiori daimyo cominciarono a pensare di poter prendere il dominio di tutto il Giappone, sconfiggendo gli altri feudatari. Il primo serio tentativo in questo senso fu di Yoshimoto che con venticinquemila uomini puntò verso la capitale conquistando tutti i feudi intermedi; quando però attraversò il territorio di Owari cadde in un’imboscata tesagli dal giovane feudatario di quelle terre, che con soli duemila uomini lo sconfisse ed uccise. Questo giovane si chiamava Oda Nobunaga. Negli anni successivi Nobunaga mostrò doti impressionanti di politico e di stratega: annettendo abilmente alcuni feudi vicini mediante matrimoni incrociati e conquistando le terre di chi non voleva sottomettersi, grazie anche all’opera di un suo valente generale, Toyotomi Hideyoshi, riuscì nel giro di pochi anni a giungere con il proprio esercito a Kyoto dove si presentò come difensore dell’Imperatore e dell’ordine legittimo.

 
Oda Nobunaga

L’ultimo shogun Ashikaga era infatti stato assassinato ed ancora non si era potuto designare un successore. Nobunaga insediò il fratello dell’ucciso ma questi, dopo poco tempo, cominciò a tramare contro di lui, finché si mosse in armi con la collaborazione di alcuni grandi feudatari. Nobunaga riuscì però ad ottenere l’alleanza del potente Ieyasu Tokugawa e con il suo aiuto entrò nuovamente in Kyoto deponendo definitivamente lo shogun. Successivamente mosse verso le regioni del Mar Interno, che erano nelle mani della setta dei monaci Hikko, e le conquistò ordinando poi ad Hideyoshi di penetrare in profondità nell’Honshu. A questo punto il voltafaccia di un suo comandante, che con il proprio esercito assediò Nobunaga e lo costrinse ad uccidersi, interruppe il processo di riunificazione del Giappone: Nobunaga aveva assoggettato circa un terzo del paese.

Il traditore venne immediatamente sconfitto ed ucciso da Hideyoshi, che proseguì l’opera di unificazione: dopo aver consolidato l’alleanza con Tokugawa, offrendogli in sposa la propria sorella, si dedicò alla conquista delle isole meridionali, Shikoku e Kyushu, che attaccò con un esercito di trecentomila uomini. Al termine di questa campagna, con un esercito altrettanto poderoso si rivolse verso i suoi nemici più agguerriti, gli Hojo, signori della pianura del Kanto: con l’aiuto di Tokugawa e di altri validi comandanti, Hideyoshi riuscì ad infliggere loro una sconfitta irreparabile. Era il 1590 ed egli era ormai il padrone incontrastato del Giappone.

Non ancora soddisfatto da questi risultati Hideyoshi si lasciò prendere la mano da un folle disegno: la conquista della Cina. Più volte le sue armate sbarcarono in Corea per marciare verso la terra dei Ming, ma ogni volta vennero disastrosamente sconfitte. L’insensatezza del proposito, ed il fatto che Hideyoshi mai avesse condotto di persona le truppe sul continente, lascia supporre che in realtà egli volesse soltanto trovare una valvola di sfogo per le migliaia e migliaia di samurai che non avrebbe potuto controllare in altro modo.

 
Toyotomi Hudeyoshi

Hideyoshi fu l’unico uomo nella storia del Giappone ad aver raggiunto una posizione di dominio pur essendo di umili origini: la sua carriera fu infatti unicamente militare, prima diventando generale all’ombra del grande Nobunaga e quindi, alla sua morte, subentrandogli grazie alla forza delle armi. In seguito egli si fece adottare dalla famiglia Fujiwara per poter accedere ai titoli nobiliari di corte: non potendo proclamarsi shogun (il titolo poteva essere conferito solo ai discendenti dei Minamoto), assunse la carica di kampaku, reggente imperiale. Per garantirsi dalla defezione degli altri daimyo introdusse la consuetudine di “ospitare” perennemente le loro famiglie nel proprio poderoso castello di Osaka, dove erano trattate con tutti gli onori ma tenute in pratica prigioniere. In seguito fece erigere un nuovo grande castello a Momoyama, da cui prende nome il periodo.

Hideyoshi avviò riforme sociali di notevole rilevanza, che accentuarono la divisione tra contadini e samurai già iniziata sotto Nobunaga e che in seguito divenne sempre più netta. Nella nuova riforma catastale le famiglie dei contadini venivano iscritte presso i loro paesi di origine, dai quali non potevano allontanarsi; i samurai venivano invece iscritti presso il proprio daimyo, al quale rimanevano legati per tutta la vita, anche se questi si trasferiva in altri territori; lo stipendio dei samurai veniva prelevato dalla tassazione dei contadini, normalmente circa due terzi del raccolto. Inoltre ai contadini era fatto divieto di portare armi. Queste riforme verranno rese ancora più significative dalla terza delle grandi figure che in rapida successione si sono avvicendate per unificare il Giappone: Ieyasu Tokugawa. Con lui inizierà un nuovo periodo di pace lungo quasi trecento anni.

 

Periodo Edo (1600-1868)

Il periodo Edo si apre con la grande figura di Tokugawa Ieyasu, il generale che portò a compimento e consolidò l’opera di riunificazione del Giappone iniziata da Nobunaga e proseguita da Hideyoshi. Spesso gli storici hanno posto a confronto le diverse personalità di questi tre grandi condottieri, magistralmente illustrate nel componimento di un poeta loro contemporaneo che immagina le diverse reazioni dei tre di fronte ad un cuculo che non vuole cantare. Nobunaga ordina “Se il cuculo non canta, uccidetelo”; Hideyoshi dichiara “Se il cuculo non canta, lo costringerò a cantare”; Ieyasu conclude “Se il cuculo non canta, aspetterò che canti”. Irruento il primo, calcolatore il secondo e paziente il terzo. In effetti Ieyasu ha saputo attendere: dopo aver combattuto al fianco sia di Nobunaga che di Hideyoshi, è riuscito a sopravvivere ad entrambe ed a completare la loro opera, assicurando il potere supremo alla propria discendenza per oltre duecentocinquant’anni.

鳴かぬなら 

殺してしまえ 

ホトトギス

 

鳴かぬなら 

鳴かせてみせよう 

ホトトギス


鳴かぬなら 

鳴くまで待とう 

ホトトギス

 HOTOTOGISU, il cuculo giapponese,raffigurato su un vassoio di ceramica  

Nakanu nara,

koroshite shimae

hototogisu

 

Nakanu nara,

nakasete miyo

hototogisu

 

Nakanu nara,

naku made matou

hototogisu

 

I Tokugawa appartenevano ad un ramo collaterale della famiglia dei Minamoto ed erano piccoli vassalli con dei possedimenti confinanti con quelli di Nobunaga. Quando Ieyasu si schierò a favore di quest’ultimo, ne ebbe in cambio altre terre, aumentando così la propria potenza. Alla morte di Nobunaga, Hideyoshi lo costrinse a trasferirsi nella zona del Kanto per poterlo tener meglio sotto controllo, e questa fu la sua fortuna: non solo la regione era molto ricca, ma essendo una delle province più lontane, Ieyasu fu solo minimamente coinvolto nella disastrosa guerra contro la Corea voluta da Hideyoshi e non perse uomini e risorse come i daimyo del sud. Quando poi aiutò apertamente Hideyoshi contro la famiglia degli Hojo ne ebbe in ricompensa tutti i loro territori, l’intera pianura del Kanto, e trasferì il proprio quartier generale ad Edo, l’attuale Tokyo. Alla morte di Hideyoshi si trovò così ad essere il feudatario di gran lunga più potente del Giappone. Lo scontro con gli altri daimyo divenne ben presto inevitabile e nella memorabile battaglia di Sekigahara (21 ottobre 1600) divenne di fatto il padrone del Giappone. Come discendente dei Minamoto poté ottenere dall’Imperatore la nomina a Shogun, che tenne per due soli anni, dopo di che abdicò in favore del figlio. Per completare l’opera rimaneva soltanto da scongiurare la minaccia rappresentata dal figlio di Hideyoshi, Toyotomi Hidetori, il quale aveva radunato nel castello di Osaka gli ultimi vassalli a lui fedeli. Ieyasu attaccò il castello nel 1614 e dopo un lungo assedio ed una sanguinosa battaglia i nemici furono tutti uccisi. Quella di Osaka fu l’ultima battaglia del Giappone medioevale: la pax Tokugawa durò poi per quasi trecento anni, il periodo in assoluto più lungo in cui una qualsiasi nazione sia rimasta in pace.

Per assicurare questo lungo periodo di tranquillità e garantire la conservazione del potere alla propria discendenza, Ieyasu ed i suoi successori introdussero una serie di restrizioni che condizionarono la vita del Giappone nei secoli successivi.

In primo luogo la diffusione della religione cattolica, favorita da Nobunaga e tollerata da Hideyoshi, aveva di fatto creato non poche complicazioni. I giapponesi che seguivano lo shintoismo per la liturgia, il buddhismo per la vita privata ed il confucianesimo per quella pubblica, trovarono molto stimolanti i precetti morali del cristianesimo e pensarono di poterlo abbracciare senza problemi, ma si scontrarono con la risoluzione dei missionari che imponevano ai convertiti di abbandonare le altre religioni. Rinunciare allo shintoismo significava abbandonare la dottrina che legittimava l’autorità dell’imperatore quale discendente della dea e di riflesso i capi militari che governavano in suo nome. Quando poi i giapponesi si avvidero delle faide in corso tra gesuiti, francescani e domenicani, spalleggiati rispettivamente dalle corone di Portogallo e Spagna, e seppero che altri paesi, come ad esempio le Filippine, erano stati sottomessi dalle nazioni europee, videro sotto una nuova luce l’opera missionaria e la interpretarono come un tentativo di destabilizzare il potere centrale in vista di una futura conquista. Ieyasu decise quindi di espellere i missionari e perseguitare i convertiti.

I contatti con i mercanti occidentali avevano arricchito alcuni daimyo a scapito di altri, migliorando anche i loro armamenti e le loro tecnologie. Per evitare ulteriori influssi esterni Tokugawa ordinò la totale chiusura del Giappone: nessuno avrebbe più potuto entrarne od uscirne, nemmeno gli stessi giapponesi che in quel momento si trovavano all’estero. Le frontiere vennero improvvisamente chiuse e la nazione interruppe totalmente i contatti con il resto del mondo. Un’ unica eccezione fu deliberata riguardo i mercanti olandesi, forse perché essendo di religione protestante non avevano missionari, cui fu consentito di attraccare una volta all’anno in un luogo ben definito.

 
Tokugawa Ieyasu

La suddivisione della popolazione in classi (commercianti, artigiani, contadini, samurai) divenne molto più rigida e fu reso di fatto impossibile passare da una categoria all’altra; tutti i signori locali, i daimyo, erano tenuti a soggiornare periodicamente ad Edo tenendosi a disposizione dello Shogun ed a farvi dimorare perennemente le proprie famiglie: il continuo andirivieni dei proprietari terrieri tra Edo ed i propri feudi da un lato contribuì a sviluppare le comunicazioni ed a consolidare l’unità nazionale, dall’altro tolse risorse economiche ai feudatari e diminuì il loro controllo sul territorio impedendo così che qualcuno di loro acquisisse abbastanza potere da contrastare lo Shogun. L’uso delle armi da fuoco fu in pratica vietato a tutti, salvo alcuni reparti speciali dell’esercito, e la possibilità di portare la spada fu riservata ai soli samurai. Il titolo di Shogun divenne ereditario.

L’obiettivo di ottenere la pace interna fu ampiamente raggiunto, ma al prezzo di mantenere il Giappone in una sorta di perenne medioevo, di feudalesimo che durò fin quasi ai giorni nostri. La totale chiusura al mondo esterno impedì non solo lo sviluppo scientifico, ma anche l’avvento di nuove idee in campo economico, sociale ed amministrativo. E ciò in un periodo in cui tutto il mondo occidentale sperimentava profondi rinnovamenti e lo sviluppo di grandi correnti di pensiero quali il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione Industriale.

Per contro le arti marziali ebbero uno sviluppo del tutto particolare essendo non più legate al combattimento tra grandi eserciti ma ai duelli tra singoli samurai che dedicavano tutta la loro vita alle arti guerriere. I movimenti si raffinarono perdendo in parte il contatto con la realtà della battaglia ma acquisendo invece in precisione ed elaborazione della tecnica, alla quale venivano affiancati concetti etici ed estetici di origine confuciana che dovevano elevare l’animo del combattente, portando a quella nuova concezione del bushido che è giunta fino ai nostri giorni e da cui attingono le moderne arti marziali. Divenne quindi sempre più importante l’aspetto formale, l’etichetta, l’eleganza del movimento, la lealtà, il codice d’onore a cui nessun samurai si sarebbe mai sottratto. E l’aspetto filosofico, quasi religioso dell’arte, profondamente influenzata dal buddismo Zen, dottrina che pure permeava altre manifestazioni artistiche quali la disposizione dei fiori e l’allestimento dei giardini, la scrittura ideografica, il teatro No, la cerimonia del tè. Il samurai era divenuto un gentiluomo, fiero della propria cultura, della propria sensibilità, del proprio gusto estetico, che insieme temperavano il rigore del bushido.

Possiamo quindi considerare il periodo Tokugawa (o di Edo, dal nome della capitale) come una sorta di limbo, di oasi felice nella quale il Giappone si era ritirato per godersi finalmente la lunga pace e dedicarsi unicamente alla ricerca del bello. In questa tranquillità irromperà prepotentemente il mondo esterno alla fine dell’ 800.

 

Periodo Meiji (1868-1912)

Negli ultimi 250 anni il Giappone aveva mantenuto un assetto interno sostanzialmente inalterato ed aveva proseguito con la sua politica di isolamento dal resto del mondo iniziata da Tokugawa. Soltanto alle navi olandesi, una volta l’anno, era consentito attraccare in un punto ben delimitato della costa nipponica per effettuare scambi commerciali, evitando però che gli equipaggi potessero venir in contatto con la popolazione locale. Questo, come abbiamo visto, impedì l’ingresso in Giappone delle idee e delle tecnologie che nel frattempo avevano profondamente mutato l’occidente. Nei tre secoli di pace nulla di rilevante era accaduto, salvo il fatto che i mercanti, pur essendo socialmente all’ultimo gradino, grazie alle proprie ricchezze erano divenuti sempre più potenti ed i samurai, in mancanza di guerre, avevano intrapreso le attività di amministratori e burocrati.

A metà del diciannovesimo secolo le nazioni occidentali in pieno boom economico erano sempre più irritate dall’impossibilità di sfruttare adeguatamente il mercato giapponese, e tentarono inutilmente ripetuti approcci diplomatici per risolvere il problema. D’altro canto i giapponesi cominciavano a rendersi conto del divario che si era venuto a creare, della necessità di colmarlo al più presto e quindi dell’impossibilità pratica di continuare a mantenere il blocco.

Dopo numerosi tentativi diplomatici andati tutti a vuoto, nel 1853 una squadra navale americana, le famose “navi nere” del commodoro Perry, si presentò davanti alla baia di Uraga per consegnare una lettera personale del presidente degli Stati Uniti, imponendo con la forza delle armi l’apertura dei confini. I giapponesi si resero immediatamente conto dell’impossibilità di resistere con i loro vecchi archibugi ai cannoni delle corazzate occidentali. Perry promise di ritornare l’anno seguente per avere una risposta.

Il governo dello shogun non ebbe né la forza né la decisione necessaria per opporsi allo sbarco: la disparità di armamento era scoraggiante, ma determinante fu l’ormai evidente decadenza della corte shogunale totalmente impreparata a fronteggiare la situazione. Perry consegnò allo shogun una lettera del presidente americano in cui si chiedeva l’apertura dei rapporti commerciali e diede tempo al governo giapponese fino alla primavera successiva, quando sarebbe tornato con una forza navale ancora maggiore per conoscere la risposta. Alla partenza delle navi il popolo giapponese si sentiva oltraggiato per l’affronto subito, tradito dai propri capi ed allo stesso tempo incuriosito da quel mondo esterno così profondamente diverso, di cui sinora non aveva avuto percezione.

L’ultimo shogun Tokugawa non era all’altezza di affrontare la situazione, doveva da un lato sopportare l’indignazione popolare e le proteste di chi si sentiva offeso dalla situazione di inferiorità in cui il governo aveva trascinato il Giappone nei confronti dei barbari stranieri, dall’altra valutare come, dove ed a quali nazioni consentire l’ingresso, con quali stipulare accordi, cercare alleanze per risollevare le condizioni del paese; decidere insomma le modalità con cui uscire da quell’isolamento che lo shogunato aveva imposto per tre secoli ma che ormai non avrebbe potuto più in alcun modo mantenere.

Lo shogun tentò di prendere tempo: gli emissari del governo dapprima consultarono sul da farsi tutti i daimyo del paese, mostrando così chiaramente che i Tokugawa non avevano più l’autorità necessaria a decidere da soli. Risoltisi poi a raggiungere un accordo con gli americani, scelta oramai inevitabile, inaspettatamente ne chiesero l’avvallo all’imperatore Komei, riportando concretamente in gioco anche la sua figura. La risposta di Komei giunse come un fulmine a ciel sereno. Per la prima volta in 500 anni l’imperatore dava un ordine allo shogun ed era un ordine perentorio: cacciate i barbari.

Non vi era evidentemente alcuna possibilità di obbedire a quest’ordine, ma, se vi ricordate, il titolo di shogun, abbreviazione di sei-i-tai-shogun, significava “comandante in capo che libera dai barbari” e quindi la funzione, l’esistenza stessa dello shogun era legittimata dalla sua antica funzione di baluardo contro i barbari, era l’unico ordine cui non poteva sottrarsi perché il farlo delegittimava immediatamente la sua posizione. L’intera classe dei samurai era in subbuglio perché lo shogun non avrebbe potuto accordarsi con gli stranieri contro il palese volere del sovrano, ma nemmeno combatterli.

L’imperatore riuscì abilmente a cavalcare il malcontento popolare fomentando una rivoluzione capeggiata dai samurai di Choshu e Satsuma che al grido di “sonno joi” abbatterono le ultime vestigia del prestigio shogunale restituendo il potere all’imperatore. Lo slogan, intraducibile, assumeva il significato di “onore all’imperatore!” e “fuori i barbari!”.

Lo shogun, perso il controllo del paese, cominciò ad essere attaccato anche dai daimyo delle province più importanti, subendo rovinose sconfitte finché nel 1867 l’ultimo dei Tokugawa fu costretto a dimettersi e la sua carica venne abolita. Nello stesso anno era salito al trono l’imperatore Mutsuhito dando inizio all’era Meiji, o “del governo illuminato”. Nel 1868 i grandi daimyo occuparono il palazzo shogunale e dopo aver definitivamente sconfitto i Tokugawa a Toba-Fushimi, decretarono la confisca di tutte le loro proprietà, la creazione di un governo provvisorio e la restaurazione dei pieni poteri imperiali.

La restaurazione Meiji costituì una brusca svolta, un drastico cambiamento nella vita pubblica e privata del Giappone. Costò ai giapponesi quasi quindici anni di disordini: mutamenti di rotta, alleanze interne e defezioni continuarono ad accavallarsi, tra atti terroristici, omicidi politici e sanguinose repressioni. Alla fine fu chiaro che, nonostante le premesse su cui si era basata la rivolta che aveva restituito all’imperatore il controllo del paese, i “barbari” occidentali avevano ormai contagiato i giapponesi che non potevano più sottrarsi all’influsso delle nuove idee e delle nuove conoscenze.

 
L’imperatore Mutsuhito

Mutsuhito comprese immediatamente la situazione e, una volta liquidato lo shogun,  non si oppose più ma anzi favorì in ogni modo il processo di modernizzazione che avrebbe portato nel giro di pochi decenni il Giappone ad allinearsi con le altre potenze mondiali. La sua augusta firma sui trattati internazionali stava a significare che gli stranieri non erano più barbari da cacciare ma vicini con cui confrontarsi. Studiosi e diplomatici vennero inviati alle corti europee, in Inghilterra, in Francia, in Germania e qui copiarono mode e tecnologie, idee e costumi, vizi e virtù. Lo stesso sistema di governo giapponese si modificò su imitazione delle democrazie occidentali consentendo libertà impensabili solo qualche anno prima. Nel 1869 l’imperatore ed il governo si trasferirono da Kyoto ad Edo, che per l’occasione fu ribattezzata Tokyo, “capitale orientale”. Nel 1890  venne promulgata la Costituzione Meiji, sapiente dosaggio di istituti politici occidentali e di peculiarità tradizionali giapponesi, benignamente concessa dall’imperatore, la cui persona, sacra ed inviolabile incarnazione dello Stato, era al di sopra delle parti politiche: il governo, costituito da due Camere ed una Assemblea elettiva, era sì il governo “dell’imperatore”, ma questi non ne era responsabile, mentre dal canto loro i ministri agivano nel nome del sovrano. Era il sistema politico tipico del Giappone di sempre in cui chi aveva l’autorità non aveva il potere, mentre chi deteneva il potere lo faceva in nome di un’autorità che non poteva essere chiamata a rispondere.

Il sistema feudale venne definitivamente abolito con la restituzione all’imperatore, e quindi allo stato, delle terre possedute dai vassalli e con la loro trasformazione in prefetture. I contadini furono liberati dalla servitù della gleba, cioè non erano più legati al pezzo di terra che era stato loro affidato, anche se questa “libertà” comportava la perdita di ogni diritto su tale terra. Il servizio militare divenne di leva, ad imitazione dell’occidente: non vi era quindi più una sola casta che per tutta la vita si dedicava alle esigenze militari ma tale incombenza veniva svolta, a turno, da tutto il popolo. Questo tolse la ragione di esistere ed il sostentamento alla classe dei samurai, ai quali però un’apposita legge concesse di poter svolgere altri lavori: prima era considerato disdicevole per un samurai maneggiare denaro o dedicarsi al commercio. Per alleggerire la pressione dell’enorme massa di samurai di basso rango rimasti senza lavoro, alcuni governanti proposero di impiegarli in un progetto espansionistico attaccando la Corea. All’ultimo momento questo progetto fu però abbandonato, a causa soprattutto delle nuove idee politiche portate dalle missioni diplomatiche di ritorno dall’Europa. La delusione provata scatenò l’ultima e più violenta ribellione dei samurai i quali, raccolta un’armata di quindicimila uomini, marciarono sulla capitale: l’esercito di leva, formato da quarantamila coscritti bene armati ed addestrati da esperti occidentali, li sconfisse seccamente il 24 settembre 1877. Era veramente la fine del feudalesimo: i guerrieri di professione del Giappone tradizionale, i samurai, erano stati sconfitti dalle truppe formate da heimin, la “gente comune”.

Il popolo giapponese compì uno sforzo enorme per uscire dal medioevo e mettersi alla pari con le altre nazioni, ma in questo sforzo qualcosa andò perso. Nell’ansia di rinnovarsi, tutto ciò che rappresentava un legame con un passato che si voleva dimenticare, veniva guardato con sospetto. Le arti marziali, i samurai, il bushido, le tradizioni culturali ed artistiche, lo stesso sentimento di identità nazionale entrarono in crisi. Solo il rispetto e la fedeltà verso l’imperatore, che ancora si riteneva diretto discendente della dea Amaterasu, rimase immutato costituendo l’unico fattore aggregante che teneva unito lo stato.

È in questo contesto culturale che le varie arti marziali, primo fra tutti il ju-jutsu, rischieranno di essere irrimediabilmente dimenticate. Per sopravvivere dovranno prendere le distanze dal loro aspetto guerresco, dal loro retaggio feudale, privilegiando il lato etico e sportivo, il passaggio cioè dal “jutsu” al “do”. In pratica punteranno tutto sui quei contenuti etici e di crescita interiore che il bushido aveva già sviluppato negli ultimi tre secoli mutuandoli dalla dottrina confuciana. Chi per primo si rese conto della necessità di rinnovamento e delle potenzialità ancora insite in queste arti che stavano scomparendo fu Jigoro Kano, che trasformò quanto restava del vecchio ju-jutsu in una nuova disciplina dagli alti contenuti morali: il Judo Kodokan.

Grazie al genio di  Jigoro Kano la “nuova” arte marziale  judo si poneva in linea con i principi della restaurazione, diveniva anzi un biglietto da visita per mostrare al mondo le qualità del pensiero giapponese. In un periodo in cui il Giappone stava assorbendo praticamente tutto dall’occidente fu incoraggiata a tutti i livelli la possibilità di avere qualcosa di valido da esportare, soprattutto qualcosa che testimoniasse la millenaria civiltà del Sol Levante. Tutte le antiche scuole di ju-jutsu confluirono nel judo e presto anche le altre arti marziali furono rivisitate in veste moderna, assumendo analoghi contenuti morali e sportivi.

Buona parte della tradizione feudale che non aveva saputo o voluto trasformarsi, andò però incontro all’estinzione, inesorabilmente cancellata dalla volontà di progresso. Quando poi un editto imperiale proibì ai samurai di indossare in pubblico la spada, si assistette alla definitiva fine di un’era: innumerevoli furono gli harakiri di samurai che preferirono suicidarsi piuttosto che rinunciare al proprio ruolo, ed in alcune zone si ebbero delle brevi rivolte armate, ma il processo era ormai inarrestabile: gli antichi samurai dovevano diventare i funzionari ed i capitani d’industria del nuovo Giappone moderno.

Le prime prove dei risultati di questa fulminea trasformazione si poterono osservare in campo militare quando nel 1895 il Giappone, per garantire la propria supremazia nel sud-est asiatico, attaccò e scacciò le truppe cinesi dalla Corea; pochi anni più tardi, nel 1905, entrati in conflitto per analoghi motivi con la Russia degli Zar, annientarono completamente la flotta da guerra russa nella battaglia navale di Tsushima. In pochi anni il Giappone era divenuto in grado di trattare alla pari con le potenze occidentali.

 

Periodo Taisho (1912-1926)

Breve periodo di transizione durante il quale il nuovo imperatore Yoshihito, gravemente malato di mente, lascerà di fatto il controllo del paese nelle mani di  partiti politici ed organizzazioni militari.  Viene considerato un periodo di grande democrazia proprio per il formarsi, su modello occidentale, dei diversi partiti politici, l’introduzione del suffragio universale ed il conseguente allargamento della base decisionale a fasce sempre più ampie.

 

Il Giappone, stretta un’alleanza militare con la Gran Bretagna, era intento a  rafforzare sempre più la propria supremazia nel sud-est asiatico, occupando posizioni sulla costa cinese, in Manciuria ed in Corea ed imponendo a Pechino trattati svantaggiosi. Nel corso della prima guerra mondiale, che gli asiatici chiamano giustamente “guerra civile europea”, il Giappone estese i suoi possedimenti in Cina e successivamente, su richiesta dell’Inghilterra, occupò tutte le colonie tedesche nel Pacifico, neutralizzando così le potenti stazioni radio che vi erano state installate.  Le potenze occidentali favorirono sempre di più i giapponesi, soprattutto dopo la presa del potere in Russia di Lenin e dei bolscevichi, poiché il Giappone appariva come un baluardo naturale all’espansione sovietica. Su richiesta degli Stati Uniti, Tokyo inviò un contingente in Siberia che unitamente alle truppe inglesi e francesi consentì all’esercito cecoslovacco in rotta davanti ai bolscevichi di disimpegnarsi e rientrare.

 

Al termine della guerra, alla conferenza di pace di Versailles il Giappone ottenne dalle potenze occidentali il riconoscimento della propria sovranità su tutti i territori asiatici occupati, confermando così la propria supremazia nel continente. Unico smacco fu il non riuscire ad ottenere il riconoscimento dell’uguaglianza razziale dei giapponesi, che avrebbe aperto le porte all’emigrazione in Canada, Stati Uniti ed Australia dove le leggi razziali impedivano libero accesso agli asiatici. Questo persistente razzismo sarà la molla che indurrà in seguito i giapponesi a ritenersi il paese scelto dagli dei per affrancare i popoli asiatici dal predominio occidentale.

 

Periodo Showa (1926-1989)

Alla morte di Yoshihito salì al trono il figlio primogenito Hirohito che inaugurò l’era Showa o “della pace illuminata”, che purtroppo era di pace non fu.

Il potere nel paese era ormai nelle mani delle organizzazioni militari e nazionaliste che trascinarono il Giappone in una politica di espansione imperialistica, agendo spesso di propria iniziativa e mettendo il governo di fronte al fatto compiuto. I capi militari, agendo ufficialmente nel nome dell’imperatore, erano sottratti al controllo delle autorità civili, né d’altronde il sovrano, come da millenaria consuetudine, interferiva nelle scelte politiche, lasciando quindi ad essi piena autonomia. Il predominio dei giapponesi in Asia cominciava però a scontrarsi con gli interessi degli americani che si stavano a loro volta espandendo nel Pacifico e non vedevano più di buon occhio il crescere della potenza nipponica. Le difficoltà economiche ed il sovraffollamento del Giappone rendevano sempre più indispensabile cercare risorse in nuovi territori, fomentando un vasto consenso popolare alla classe militare che indirizzava il paese verso una via senza ritorno. Grande soddisfazione provocò quindi la conquista della Manciuria ed i giovani capi militari che con una serie di iniziative a sorpresa, spesso poco ortodosse, l’avevano resa possibile non furono puniti per la propria insubordinazione ma anzi considerati degli eroi. Le alte gerarchie dell’esercito riuscirono ad occupare sempre nuove posizioni all’interno del governo fino ad estrometterne completamente i civili; questa situazione, sebbene completamente diversa da quelle che si erano venute a formare in occidente, portò il Giappone a trovarsi in sintonia con le dittature di Italia e Germania, con le quali firmò un trattato di alleanza in funzione eminentemente antisovietica.

 

Allo scoppio della seconda guerra mondiale il governo giapponese, come già aveva fatto proficuamente nel corso della prima, approfittò del momentaneo disinteresse delle potenze occidentali per invadere la Cina ed espandere ulteriormente il proprio controllo nel sud-est asiatico; questo allarmò gli Stati Uniti che fino a quel momento avevano appoggiato la politica giapponese, ma temevano ora per i propri possedimenti nelle Filippine; l’America, da cui il Giappone importava l’80% delle materie prime che gli servivano per la guerra, proclamò un embargo totale e bloccò tutti i rifornimenti. I giapponesi, dopo alcuni inutili tentativi di trattativa, decisero di eliminare la concorrenza americana nel pacifico affondandone la flotta che presidiava le isole Hawaii, ma questa volta le altre nazioni occidentali non stettero a guardare, né d’altronde gli Stati Uniti potevano essere facilmente sopraffatti come la Cina o la Russia degli zar. Nei primi mesi di guerra l’esercito nipponico dilagò nel Pacifico occupando un’immensa area che andava dalla Siberia all’Australia, dall’India alle Hawaii, ma l’immane sforzo bellico che gli USA furono in grado di produrre ed il disimpegno in Europa degli altri Alleati seguito alla caduta della Germania, portarono ad una lenta e sanguinosa riconquista delle basi del Pacifico occupate dai giapponesi; la tenacia da loro dimostrata nel difendere ogni singola posizione fino all’ultimo uomo rese però subito evidente l’enorme tributo in vite umane che sarebbe costato il portare la guerra sul suolo nipponico.

 

Il Giappone si trovava ormai solo a fronteggiare il blocco delle potenze occidentali, logorato nelle forze e con le principali città semidistrutte dalle continue incursioni aeree, ma la popolazione sopportava stoicamente e continuava a resistere; Hirohito sollecitò il governo a por fine alla guerra ed i responsabili giapponesi cominciarono a cercare di intavolare una trattativa. Gli Alleati decisero allora di dare una prova formale della loro potenza distruggendo le città di Hiroshima e Nagasaki con la bomba atomica, dimostrazione che, vista in prospettiva, più che diretta al Giappone ormai stremato, sembra voler essere stato un monito per l’Unione Sovietica. A loro volta i sovietici, dopo lo scoppio delle atomiche, entrarono in guerra a fianco degli alleati ed invasero la Manciuria. A questo punto mentre il popolo giapponese, secondo le proprie tradizioni, si preparava a “morire per l’Imperatore”,  l’Imperatore stesso entrò in gioco e forse per la prima volta nella storia giapponese prese una decisione politica cruciale: accettò la resa e l’occupazione alleata. A poche ore dalla firma della resa le truppe di Stalin conquistarono proditoriamente l’arcipelago giapponese delle Kurili, tuttora sovietico, ragione per la quale i giapponesi non hanno mai voluto firmare un trattato di pace con i russi.

 
L’imperatore Hirohito

Il governo alleato, affidato al generale Mac Arthur, consentì all’Imperatore di mantenere la propria funzione chiedendogli soltanto di rinunciare pubblicamente alla propria ascendenza divina. Il provvedimento può sembrare blando in rapporto a quanto era accaduto in Italia e Germania, ma d’altro canto mentre in queste nazioni ci si trovava di fronte a dittature i cui leader erano i principali responsabili della guerra, l’imperatore giapponese era il legittimo erede di una dinastia millenaria ed aveva soltanto ratificato decisioni alle quali tecnicamente non avrebbe potuto opporsi, come d’altronde era sempre accaduto nella storia giapponese laddove l’imperatore rappresentava il simbolo dell’autorità ma il reale potere era nelle mani di altri che agivano in suo nome. A posteriori la decisione di salvaguardare l’imperatore si dimostrò una scelta vincente e diede luogo ad un colpo di scena che ha dell’incredibile e sul quale sono stati spesi fiumi di inchiostro nel tentativo di spiegarlo alla nostra mentalità. L’Imperatore parlò alla radio, chiese al popolo di “sopportare l’insopportabile, di soffrire l’insoffribile” e da un giorno con l’altro le truppe d’occupazione furono trattate come ospiti: i soldati americani che temevano di dover conquistare le città metro dopo metro, casa dopo casa, nel giro di pochi giorni poterono tranquillamente girare disarmati. Gli Alleati erano sempre stati convinti che sarebbe stato impossibile aver ragione dei giapponesi se non sterminandoli completamente, ed è un’ipotesi che era stata presa seriamente in considerazione; ma all’improvviso l’ordine di un imperatore, che non aveva mai avuto un reale potere politico, era stato sufficiente a fermare un popolo.

Anche in Giappone vi furono processi e tribunali che condannarono chi in guerra si era macchiato di crimini, come purtroppo accade in tutte le guerre. I samurai giapponesi, abituati a suicidarsi prima di cadere nelle mani del nemico, non riuscivano a comprendere il concetto di prigioniero e spesso avevano trattato i vinti in modo disumano. Le condanne a morte furono un centinaio, ma di queste solo sei vennero realmente messe in pratica. Al Giappone fu però imposta una totale smilitarizzazione, che durante il periodo dell’occupazione alleata comprendeva anche le arti marziali. Solamente il Judo, per le sue caratteristiche formative, fu ufficialmente accettato.

Gli avvenimenti degli anni successivi sono storia recente e dimostrano ancora una volta la capacità dei giapponesi di assimilare idee e culture diverse dalle proprie, adeguarle alla loro mentalità e trasformarsi ad imitazione di queste culture. Come ai primordi della loro storia avevano assimilato e riproposto la cultura cinese, così ora si trovarono attratti dalla tecnologia, dal modo di vivere, dalla democrazia americana e si gettarono anima e corpo ad imitarli. Gli Stati Uniti, che avevano messo in ginocchio il Giappone, gli tesero volentieri la mano per risollevarsi, non da ultimo perché Mac Arthur aveva riportato in auge la possibilità di utilizzare l’arcipelago come baluardo contro l’Unione Sovietica, e così fu per tutto il periodo della guerra fredda. I giapponesi applicarono in tutta la sua efficacia quello che i praticanti conoscono come uno dei principi fondamentali del Judo: non opporsi alla forza di un avversario superiore ma adattarsi sfruttandola a proprio vantaggio. Il Giappone, sconfitto militarmente dall’America, ha invaso il mondo con la tecnologia acquisita da questa, occupando enormi fette di mercato e creando un impero economico di tutt’altra portata rispetto al proprio ex impero coloniale, tanto che alcuni storici contemporanei cominciano a chiedersi chi fu veramente ad essere sconfitto.

 

Periodo Heisei (1989 –     )

Il  7 gennaio 1989 muore Hirohito  e gli succede al trono il figlio Akihito, 125° imperatore del Giappone. Con lui inizia la nuova era Heisei, o del “compimento della pace”,  ancora in corso. L’incoronazione è avvenuta due anni più tardi seguendo alla lettera l’antico protocollo scintoista per sottolineare la continuità della dinastia dal primo imperatore, Jimmu Tenno, ad oggi. Ad Akihito sono stati quindi consegnati i sacri emblemi del potere imperiale che  secondo la tradizione la dea Amaterasu aveva donato al primo imperatore: la spada ed i gioielli; il terzo tesoro, lo specchio sacro, non viene mai tolto dal tempio di Ise e quindi l’imperatore vi si è appositamente recato per rendergli omaggio. I portavoce della diplomazia  nipponica hanno poi dichiarato che queste cerimonie avevano reso l’imperatore se non “divino”, quanto meno “sacro”.